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Notizie per single e test 2012 - Il mio amore immaginario

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  Notizie dal mondo dei dating online in Italia

02 novembre 2012

Il mio amore immaginario

Un uomo che non ho mai incontrato mi ha spezzato il cuore». Iniziava così un articolo della giornalista Diana J. Wynne su Salon: una storia di passione esplosa (e poi implosa) su Twitter con uno sconosciuto il cui segno particolare era: «una punteggiatura squisita». Wynne non è da sola. Qualche tempo fa ho seguito le vicissitudini di un’amica - la chiameremo Laura - agganciata via Facebook da un attore di Madrid, segno particolare: una passione per le foto. «Non avevamo nemmeno amici in comune. Mi aveva mandato un semplice “ciao”. L’ho ignorato per mesi, poi una notte d’agosto non riuscivo a dormire per il caldo. E gli ho risposto. È iniziato uno dei flirt più romantici della mia vita».

 

La tecnologia, con il grosso contributo dei social network, ha colonizzato il mondo del post dating. È il trionfo del tecnoromance. Ce lo ha raccontato  anche lo scrittore austriaco Daniel Glattauer, che nel bestseller Le ho mai raccontato del vento del Nord ha costruito una intera storia d’amore - nata da un’email inviata a un indirizzo sbagliato - tra due sconosciuti: dai primi messaggi asettici alla curiosità giocosa, al desiderio travolgente. Passando per gelosia, liti, riconciliazioni... Tutto senza allontanarsi dal computer.

 

Oggi, con il moltiplicarsi delle piattaforme, si moltiplicano anche le opportunità e le modalità. Non bisogna per forza andare sui siti di incontri tipo Meetic o Match, iscriversi, sforzarsi di presentare un profilo seducente, il che per qualcuno è già uno sbattimento, una dichiarazione di intenti o un’ammissione di disperazione sentimentale: grazie a mr. Zuckerberg, siamo già sul mercato. Basta aprirsi un account su qualsiasi social network. Se siete su Facebook, impostare lo status della relazione. Ometterlo del tutto. E “pokare” e “likare” con insistenza. Prima o poi qualcuno arriverà.

 

È elettrizzante - e anche molto inebriante - sapere che possiamo conoscere qualcuno fuori dal nostro giro e dalle nostre coordinate geografiche su Facebook, flirtare pubblicamente su Twitter, mandare sms sexy e email segrete su Gmail, linkare canzoni d’amore su YouTube, condividere foto su Instagram, video su Tango, post su Tumblr e guardarci negli occhi su Skype.

 

«Ci scambiavamo gusti cinematografici, Ridley Scott contro Martin Scorsese, le virtù del cibo tailandese, il tour incombente dei Radiohead... Scoprivamo infinite connessioni. Sembrava di stare in un romanzo. Sei vero o falso?, continuavo a domandare, come se mi avessero sottoposto al test di Turing e dovessi indovinare se chi avevo di fronte era una macchina o meno. Ero consapevole che poteva finire da un momento all’altro, ma ero catturata dalla trama», dice Laura.

 

Lungi dall’essere asettiche, queste connessioni spingono l’adrenalina a livelli spaventosi. «Tutto accade in tempo reale, velocissimo», continua. «Lui, in vacanza a Formentera, postava foto su Instagram: lui rosso come un gambero sulla spiaggia, il figlio a pesca, il cocktail al chiringuito, il cane... Io replicavo su Tango con video di Paris Plage, io davanti alla vetrina di Shakespeare & Co o tra i brocantes, la passeggiata all’hammam di Buttes Chaumont... In più ci mandavamo messaggi a raffica, e le notti illuminate solo dagli schermi dell’iPhone erano magiche. Te quiero. Ti amo. Mi amor. Corazon... Cose così. Le mie amiche mi prendevano per deficiente. Io mi sentivo come una bambina con l’amico immaginario. O come una cocainomane. Guardavo l’iPhone aspettando il prossimo sms per avere il picco glicemico, quella sensazione di puro sballo».

 

Il fatto di non incontrarsi significa che la relazione è irreale? Non proprio. Se oggi non riusciamo più a disconnetterci senza entrare nel panico, come se la nostra stessa esistenza dipendesse dall’atto performativo del dito sulla tastiera, significa che il virtuale, già pervasivo in termini di tempo, sta sempre più erodendo i confini della realtà. Obbligandoci a rinegoziarli. «Una fantasia? Non lo sapevo più. Erano solo parole, certo, ma le parole hanno un effetto “reale” altrimenti gli psicanalisti sarebbero tutti a spasso. Quei 2.500 messaggi avevano delle conseguenze: un sorriso perenne sulla faccia, mancanza di appetito, la voglia di andare a letto la sera per stare un po’ con lui», dice Laura. Sola, ma insieme.

 

La panacea degli introversi

Per certi versi il virtuale funziona meglio. «È molto liberatorio. Ti trovi a dire e fare, o meglio a scrivere, cose che faccia a faccia... Mai! O quantomeno avresti un sacco di pudore all’inizio». Esempio: Wynne su Salon racconta di aver ricevuto un piccolo video di King Kong in cui Adrian Brody bacia Naomi Watts per la prima volta. «La cosa più romantica che avesse fatto qualcuno in tanto tempo», dice. Un giorno gli propone un appuntamento a New York dove lei è invitata a un matrimonio. E lui risponde che le avrebbe aperto la porta nudo. A Laura è successo di più: un giorno si è trovata sul cellulare una foto di lui, nudo. «Be’, non proprio nudo: in penombra davanti a uno specchio. Ma sono saltata sulla sedia appena l’ho vista. Di fronte al cambio di registro ero scioccata. Mi sentivo davvero come una scolaretta alle prime armi. Lui ha risposto che a Formentera praticava nudismo da quando era ragazzo. Che problema c’era? Avevo qualcosa in contrario?».

 

Internet è la panacea degli introversi. A questo proposito ho un aneddoto personale. Qualche mese fa mi ha aggiunto su Facebook un insegnante di Iyengar yoga di Gerusalemme. È un ebreo ortodosso di quelli con i payot, sposato, molto più giovane di me e con uno stuolo di figli. Ogni tanto chiacchieriamo dell’affascinante (e sessualmente neutro) argomento dello yoga in Israele. Ma Avraham ha la fastidiosa abitudine di troncare la conversazione a metà e sparire per settimane. Un giorno gli ho chiesto perché. E lui: «Io non dovrei nemmeno parlare con te. Non so che mi succede... Su Facebook mi sono lasciato andare...». Per dire: se persino un religioso riesce ad attaccarti bottone su un social network, immaginate lo sbracamento dei secolarizzati.

 

Twitter non sa che non entri negli skinny jeans

In How to leave Twitter (Come lasciare Twitter, Faber and Faber editore) Grace Dent diceva che l’amore, quello vero, tra umani veri, è un compito piuttosto difficile. Qualche mese di ubriachezza e pupille dilatate seguito da anni di recriminazioni. «Twitter non ti passerebbe mai il telefono per farti ascoltare le lamentele di un parente acquisito sulla vescica malfunzionante. Non ti chiederebbe mai di passare il sabato a casa a pulire il sedere di un bambino. Twitter non sa che tu non entri negli skinny jeans. Nella battaglia dell’amore contro i social media vince Twitter, perché l’amore vero alza la posta in gioco».

 

Non ci facciamo illusioni. Anche l’“amore vero” è come Babbo Natale: una costruzione culturale che ha nascosto per secoli il fatto che le unioni erano combinate dalle famiglie, e principalmente per saldare dei debiti.

 

Analogamente i tecnoromance funzionano come assicurazioni contro il rischio, un riparo dalle delusioni del quotidiano. Come diceva Baumann in Amore liquido, amori frammentati per esistenze frammentate. Dietro la nostra identità virtuale, complice Photoshop e un minimo di selfpromotion, possiamo essere qualunque cosa, belli, giovani, liberi, simpatici, divertenti... Il profilo è la migliore versione di noi stessi. Più è vago, più tocca all’altro unire i puntini. E come sa chiunque, il desiderio si nutre di immaginazione e puntini da unire. Persino le parole elettroniche hanno un peso diverso di quelle sulla carta. I pixel non hanno nulla di duraturo, basta un delete per annullare l’esperienza.

 

Vicini e accessibili

Nonostante le pressanti richieste, Wynne non ha mai incontrato il suo beau. Elusivo, gentile ma fermo, lui ha sempre detto no a qualsiasi contatto reale. Persino quando si sono trovati nella stessa città. Una scena straziante. «Abbiamo passato la notte insieme prima del matrimonio. Mi sono seduta su una panchina di Washington Square Park, l’Empire State Building illuminato sotto l’arco. È stato romantico e mi ha spezzato il cuore, come nel film Il sesto senso. Io e il mio amante immaginario sull’iPhone», racconta lei.

 

Neanche Laura l’ha incontrato, nonostante avessero quasi combinato un weekend. È stato angosciante. «A un certo punto lui è tornato a Madrid. E il tono dei messaggi è cambiato di botto. Era sbrigativo, quasi maleducato. Aveva da lavorare, era in ansia per le prove e non aveva tempo nemmeno per scrivere besos. Dr. Jekyll e mr. Hyde. A me è venuta una gelosia folle, perché ho capito, anche se non avrò mai la prova, che era tornato da un’altra: la moglie, la fidanzata... O magari aveva abbordato qualcuna su Facebook come aveva fatto con me. Ero devastata. La notte non riuscivo a dormire. Mi ero inventata tutto? Possibile? Chi era quest’uomo? Un maniaco di Internet? Uno stalker? In più mi ero esposta e avevo il terrore di essere ricattata. Ho vissuto un paio di settimane di paranoia in cui, dopo avergli tolto l’amicizia, ho cancellato quanto potevo. Poi mi sono rassegnata. Mi sono detta che era come aver letto un libro, molto coinvolgente, certo, ma era finito. Basta. Non potevo essere triste e incazzata perché alla fine il protagonista muore».

 

In Insieme ma soli (Codice Edizioni) Sherry Turkle scrive: «Quando è la tecnologia a costruire l’intimità, le relazioni si possono ridurre a semplici connessioni». Sembriamo vicini perché accessibili elettronicamente, ma siamo lontani e la nostra cyberintimità scivola in cybersolitudini. «Non so se questo è vero», dice Laura. «Anche se quest’uomo non l’ho mai incontrato, ho avuto un’esperienza psicologica e sentimentale molto potente, molto reale. Hai presente quel romanzo epistolare di Grossmann, Che tu sia per me il coltello, dove i protagonisti si scrivono e si scavano dentro e si innamorano perdutamente senza vedersi mai? Tu speri fino all’ultimo che Myriam e Yair vivranno felici e contenti. Ma non succede, tutto rimane sospeso. E alla fine capisci che forse è meglio così. Anche se è triste, gli amori perfetti e totali sono quelli che non riusciamo a incarnare».

 

Fonte: repubblica.it

 

 
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